Il tempio non si è mai chiamato «della Concordia». Il nome deriva da un’iscrizione latina rinvenuta nelle vicinanze, che con l’edificio non ha alcun rapporto documentato: fu attribuito in età moderna e da allora è rimasto. A chi fosse realmente dedicato non lo sappiamo, ed è una condizione che condivide con quasi tutti gli altri templi della dorsale.
Gli altri templi di Akragas furono progressivamente smontati: la pietra squadrata di un edificio antico è materiale da costruzione già pronto, e per secoli è stata usata come tale. La Concordia sfuggì a questo destino perché smise di essere un tempio e diventò una chiesa.
Nel corso dell’alto medioevo l’edificio fu consacrato al culto cristiano. Gli spazi fra le colonne del peristilio furono chiusi da muri, le pareti della cella aperte da arcate, e l’insieme continuò a essere usato come luogo di culto per secoli. Una chiesa in uso non si smonta: è questa continuità, non la fortuna, ad aver conservato il colonnato e i frontoni.
Le murature aggiunte furono rimosse in età moderna, riportando l’edificio a una forma vicina a quella originaria. Restano visibili, nelle pareti della cella, le tracce delle arcate medievali.
Il rigonfiamento appena percettibile delle colonne verso il terzo inferiore, l’entasis, che corregge otticamente l’effetto di rientranza che un fusto perfettamente rettilineo produrrebbe. E la superficie della calcarenite, porosa e irregolare, molto diversa da quella del marmo dei templi greci più noti.
Nel tardo pomeriggio la luce radente entra fra le colonne e la pietra assume il colore per cui la Valle è conosciuta. È il momento in cui il tempio si fotografa da sé, e la ragione per cui esiste una visita al tramonto.

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