Kolymbethra, in greco, significa «vasca», «bacino». Il toponimo rimanda a un invaso d’acqua che secondo la tradizione occupava questa depressione del terreno: un’opera idraulica, non un giardino. Il verde è arrivato dopo, quando l’acqua che quelle infrastrutture continuavano a portare fu usata per coltivare.
Il sistema che alimenta l’avvallamento è fatto di gallerie scavate nella roccia, gli ipogei, che raccoglievano e convogliavano l’acqua. È un’ingegneria invisibile dalla superficie: sono le opere idrauliche, non quelle monumentali, a dire quanto una città antica fosse ricca e organizzata.
Gli ipogei non sono compresi nel biglietto del giardino e richiedono un accesso accompagnato specifico.
Agrumi soprattutto, coltivati a filari nel fondo della valletta, e poi mandorli, ulivi e la vegetazione spontanea dei versanti. La combinazione è insolita: si cammina all’ombra, fra alberi da frutto, e alzando lo sguardo si vedono le colonne doriche in controluce sul bordo superiore.
La Via Sacra è un percorso esposto, minerale, in piena luce. La Kolymbethra è l’esatto opposto: chiusa, ombrosa, umida. Per molti visitatori è il tratto che ricordano meglio, proprio per il contrasto, e in estate è anche il punto del parco in cui si sta più al fresco.
Il prezzo è il dislivello: si scende e si risale, ed è la parte più impegnativa dell’intera giornata.

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