Akragas fu fondata intorno al 580 a.C. da coloni provenienti da Gela, a loro volta discendenti di greci arrivati in Sicilia un secolo prima. Nasceva quindi già di seconda generazione, in una posizione scelta con cura: un pianoro difendibile, con uno sbocco al mare a pochi chilometri e una dorsale meridionale perfetta per essere vista da chi arrivava dal Mediterraneo.
Nel giro di poche generazioni la città divenne una delle più ricche del mondo greco d’Occidente, e lo dimostrò nel modo in cui si dimostrava allora: costruendo. La dorsale meridionale fu progressivamente occupata da una sequenza di templi dorici, uno accanto all’altro, allineati in modo da formare un fronte monumentale continuo verso il mare.
Non era solo devozione. Un santuario visibile dalle rotte marittime era una dichiarazione di potenza rivolta a chiunque passasse al largo.
Il progetto più ambizioso fu quello dedicato a Zeus, nella parte bassa: un edificio di dimensioni fuori scala rispetto a tutto il resto, con figure maschili colossali, i telamoni, incastrate nelle pareti. Non fu mai completato. È il monumento che dice più cose sulla città: l’ambizione, e il limite in cui quell’ambizione si fermò.
La svolta arrivò con l’assedio cartaginese del 406 a.C. La città fu presa e saccheggiata. Akragas continuò a esistere (sotto i Romani come Agrigentum, poi come Girgenti, nome che ha portato fino al 1927) ma non tornò mai a costruire su quella scala.
Resta la dorsale, con i suoi templi in stati di conservazione diversissimi: uno quasi intatto perché riutilizzato come chiesa, uno mai finito, uno ricomposto in età moderna, altri ridotti a fondazioni. Messi in fila, raccontano non solo la storia di Akragas ma anche quella dei venticinque secoli che sono passati da allora.

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